…è passato così tanto tempo, giorni e settimane che si sono riempite di realtà in cui essere di supporto a qualcuno, ma anche di ricostruzione rispetto a una passione che credevo mi stesse lasciando in favore di corsi e correzioni di bozze, editing e letture. La scrittura, quella mia, quella di cui parlo con gli allievi che ti prende e ti porta via, ti fa sentire completa e vibrante, quella non sembrava esserci più.
Poi ho capito che dovevo stare meno in rete e più nella mia testa – e non è la prima volta che accade – per guardarmi dentro e attorno, cogliere di nuovo sfumature e sensazioni, percezioni e parole che si agganciano l’una con l’altra con naturalezza, fino a formare frasi illuminanti se non addirittura storie.
Guardare fuori dalla finestra e riscoprire finalmente che nella densità di un tramonto o di una giornata di pioggia o di sole cocente, c’è tutto un mondo che stavo dimenticando. E a ritrovarlo nasce qualcosa o qualcosa che già c’era si ripresenta.
Io che dico a tutti voi miei allievi come risvegliare la creatività, stavo dimenticando la mia. Capita. Ma quando accade che si ripresenta, capisci che niente è perduto perché stavi immagazzinando proprio parole e storie senza avvedertene. Ed è giunto il momento perché vengano fuori, prendano forma, rubino le giornate e si manifestino nel quotidiano spingendoti a scriverle.
Sono pronta.
Pronta per ricominciare ad essere ciò che sono sempre stata fin da bambina, una persona con la penna in mano e la testa nella penna, perennemente in viaggio verso un magico altrove in cui tutto è possibile e mai si raggiunge una meta definitiva.
Sì, sono pronta per ricominciare. E di questo ringrazio voi miei allievi, che trasportandomi nei vostri voli, mi avete restituito ali che avevo chiuso nell’armadio. Voi che avete affollato la mia casa di personaggi e situazioni.
Grazie.
E adesso… al lavoro!
“Uno scrittore deve abbandonarsi al piacere di sognare, di scrivere; anche se ciò fosse imprudente. Però chissà che la massima felicità non sia la lettura”. (Jorge Luis Borges)
Un improvviso lutto in famiglia distoglie da tutto e tutti. Esalta l’amore per chi per primo subisce la perdita, ti fa riflettere su ciò che è importante, attiva una solidarietà che è legame profondo per chi resta.
Io che spiego ai miei allievi quanto conti la scrittura quando sentimenti dolorosi si affacciano in noi invadendo ogni spazio, ho invece rimandato tutto ciò che alla scrittura è legato. Non per rifiuto ma per necessità di un periodo di raccoglimento. A volte la vita chiama, e ci spinge verso l’interno senza necessariamente ribaltarlo all’esterno, questo sì lo dirò ai miei allievi quando parlerò di scrittura terapeutica: è una deroga che se necessario dobbiamo concederci.
In fondo non c’è una vera regola da seguire, se non ciò che ci detta la nostra anima, e la mia aveva bisogno di silenzio…
Eccomi qui, sotto una luce che mi inebria mentre la giornata volge al termine e i colori fuori si fanno meravigliosi. A proposito di colori e dunque di tramonti, sapete cosa è l’opacarofilia? Definita come “l’amore smisurato per i tramonti” (ma ve lo spiega meglio Roberto Russo, editore della Graphe.it, in questo video), è ben raccontata in un nuovo libro della collana Parva intitolato Il sol del Lorenese di Daniel Muñoz de Julián, pagine di studio e meditazione sulla bellezza fugace. Ci sono libri che diventano carezze proprio per quell’interiorità di cui parlo, e credo lo leggerò a breve, è il momento giusto per farlo. Così com’è il momento giusto per organizzare un nuovo corso breve di scrittura narrativa: “Il realismo emotivo, scrivere di sentimenti”. E, sempre in tema di vibrazioni, vi invito a leggere l’articolo “Come leggere Virginia Woolf: guida pratica per iniziare a scoprire le sue opere”, che spero piacerà anche a tutti coloro che le sue opere apprezzano già da tanto tempo.
E adesso, dalla mia terrazza romana, mi lascio avvolgere dallo spettacolo che seppur ripetendosi ogni sera, ogni sera è nuovo, inedito, diverso e coinvolgente. Una parte del mio cuore è triste, ma l’altra – irriducibilmente viva – mi spinge a cercare e trovare il bello che spesso si ignora seppur a portata di mano. O di sguardo.
Molti della mia generazione rivorrebbero i 20/30 anni: gioventù, forma fisica, il mondo in mano e tanto futuro ad attenderli. Io ci ho pensato e sceglierei due età ma nessuna di queste fa parte della scelta dei miei coetanei.
La prima è 14 anni. Li ricordo come quel tempo in cui si è ignari di tutto eppure si sente che tutto è possibile. Si provano emozioni intense perché ci si affaccia alla vita che ancora non è quella degli adulti ma non si è neppure più del tutto bambini. C’è una linea di confine, a 14 anni (o almeno per chi li ha avuti negli anni ’70 era ancora netta), che confonde ma emoziona, fa paura ma incuriosisce… Un passo avanti, uno indietro, batticuore e insonnia, scatole di Barbie da riporre e nuovi braccialetti. Un lucidalabbra neutro per passare i controlli di casa, il profumo in crema dell’Avon, la borsetta piena di sogni. Ecco, li ricordo così i miei 14 anni: l’età che ti conduce al cambiamento ma che ancora non ti ha cambiata. Meravigliosa, ma si aveva fretta di superarla e non ci siamo resi conto della magia che conteneva.
La seconda è 41 anni. No, non prima, non i 20 anni, non i 30. In quegli anni, in realtà, ho spesso sprecato il mio tempo. A 41 invece mi sono conosciuta fino in fondo e ho riconosciuto cosa poteva farmi star bene. Avevo tutto ciò che mi occorreva per costruire un futuro davvero su misura: un lavoro che mi piaceva, la libertà mentale data dalla maturità, un buon rapporto con me stessa, l’essere padrona del mio tempo, l’incontro che non avevo preventivato e che mi ha completata da allora per tutti gli anni a venire.
Ecco, per uno strano gioco i numeri 14 e 41 sono stati quelli più intensi, ricchi, emozionanti. E ricordo qualcosa che li ha accomunati: la sensazione della primavera inoltrata, l’odore nell’aria, il tepore che invade, le canzoni da cantare in solitudine mentre ti prepari per uscire, gli occhi che allo specchio ti giurano che niente potrà accaderti, niente potrà nuocerti. E le giornate che si allungano, i tramonti che colorano lo sguardo, margheritine bianche ovunque.
Mancano pochi giorni all’arrivo della primavera del 2026. Tra pochi mesi compirò 65 anni e se devo essere onesta non mi spaventano, sebbene non mi capaciti della velocità con la quale il tempo scorre. Se davvero avessi la possibilità di tornare giovane, vorrei farlo soltanto se potessi avere la “testa” di oggi, con l’esperienza e la conoscenza accumulate nel tempo. E visto che non si può perché un simile salto indietro nel tempo sarebbe di certo inteso come totale, allora a che servirebbe? Mi piace sapere quello che so, e questo bagaglio non vorrei perderlo in nome di un corpo giovane e un viso senza rughe, tanto tempo davanti e l’incoscienza della gioventù.
Insomma, ho capito che ogni età è un regalo della vita, la si attraversa per un poco, soltanto per un poco, e subito diviene passato.
Nessun rimpianto per le cose non fatte, nessun rimorso per quelle invece fatte. Libero arbitrio prezzi da pagare sono da sempre strettamente collegati. Solo qualche nostalgia per momenti immortali e profondi affetti perduti, questo sì. Oggi è la festa del papà, giorno giusto per parlare di nostalgie, per provarne di grandi, per ricordare l’indimenticabile.
Ecco il mio bilancio di fine inverno. La primavera mi ha sempre portato qualcosa di intenso lasciandomi un ricordo sul quale soffermarsi, e allora vediamo cosa ha in serbo per me quella in arrivo… Non chiedo poi tanto: che sia gentile con me.
Che bei giorni, quelli trascorsi di recente… Una mega festa di compleanno di un amico caro che ci ha riuniti tutti nella mia cittadina, poi colazioni pranzi e cene tra volti indimenticabili e indimenticati, momenti di condivisione circondata ad ogni ora da affetti collaudati, la mia dolce e amata cuginetta una settimana da me… Ricorderò questo marzo come un dono prezioso e stracolmo di abbracci, risate, calore e tanto tanto amore.
Sapete una cosa? Sono andata a ballare! Lo storico DJ Faber Cucchetti sta da tempo allietando la mia generazione con le sue serate anni ’80 e per una sera mi è sembrato di tornare indietro nel tempo! Il vero miracolo è stato vedere una gran folla di attempati come me divertirsi a suon di musica senza mai avere un telefonino in mano, ci credereste? Fantastico!
E poi ho fatto la flâneur nella capitale, camminando per ore guardandomi attorno, osservando la gente, captando discorsi, abbeverandomi dei colori che la fine dell’inverno regala a piazze e monumenti, vicoli e cupole. Sui camminatori senza meta, tempo fa ho scritto un articolo che spero possa piacervi, lo trovate cliccando qui.
Fa ancora freddino eppure qualcosa sta cambiando, l’aria si fa promettente mentre le giornate si allungano ed io ho una gran voglia di scrivere nel mio angolino di casa preferito, ma anche di leggere. E, a proposito di scrittura, voglio segnalarvi altri due miei articoli pubblicati dalla Graphe.it edizioni: uno è sulle librerie storiche di Londra, quelle che vi portano fuori dal tempo tra atmosfere vittoriane, legno massello, ferro battuto, regalando suggestioni uniche e indimenticabili. L’altro invece ha un contenuto più triste, i suicidi in letteratura : romanzi o autori, verità o fantasia, il dolore personale che dà vita a opere immortali, ma anche la mortalità dei grandi autori che non hanno trovato salvezza nelle loro opere.
La letteratura salva la vita o alimenta una sensibilità che rende più vulnerabilmente profondi? Credo entrambe le cose, anche se ritengo che l’effetto sia strettamente collegato al vissuto di ognuno di noi. A me ha sempre salvato la vita, l’ha resa migliore, più ricca e con tante risposte alle infinite domande che mi pongo. Non a tutte, certo, ma a tante sì.
In ogni caso, c’è letteratura anche nelle atmosfere che ci circondano, nelle mura di una città, in un gabbiano solitario, nei visi che appartengono al nostro passato e in quelli che ci sono sconosciuti ma che contengono chissà quante storie. C’è letteratura nei lineamenti di una statua e nel sapore di un gelato che riporta all’infanzia, in una musica da discoteca che ci rendeva e ancora ci rende leggeri o in un cornetto caldo da gustare in compagnia nel cuore della notte.
Emozioni, pensieri, idee, ricordi o sensazioni che diventano parola scritta, ecco cosa è la letteratura. E ne siamo circondati.
A volte ci sono dei periodi in cui ci si sente senza una vera direzione. Indolenza, forse, oppure confusione mentale o ancora incapacità di individuare quale dei tanti progetti ci appartiene davvero e merita di essere realizzato.
Forse, il punto principale è trovare la risposta a una domanda netta: cosa mi manca? Cosa vorrei in questo momento?
Ci ho pensato, oggi e la risposta è arrivata da sola, formatasi nella mia testa con estrema naturalezza: che la gente fosse meno arrabbiata. E non mi riferisco a terribili fatti di cronaca, alle illogiche logiche della guerra, o a situazioni cruente. In questo caso c’è di che essere angosciati senza cercare spiegazioni.
Io mi riferisco alla vita di ogni giorno, quella fatta di situazioni apparentemente “normali”. L’anziano in un negozio che viene maltrattato dalla commessa perché non sa come si manda una mail dal telefono, la coppia che sbraita tra la gente perché al supermercato non è vero che l’olio è in offerta, le due ragazze alla stazione che deridono e insultano un uomo per via del suo maglione rosa, l’operatore di uno dei tanti call center che sfodera il suo repertorio di parolacce se non ti interessa ciò che ha da offrirti.
E i social… oh, i social…
I commenti su Sanremo in molti gruppi si basavano sulle orecchie a sventola di Pilar Fogliati, su quanto è grasso Tiziano Ferro, su quanto è inadeguata Laura Pausini, sul bacio a stampo tra due donne che in pieno 2026 fa inorridire e provoca insulti, su Raf che si è rifatto ed è ridicolo… Io cercavo commenti sulle canzoni per capire cosa piace oggi alla gente, pensate un po’.
Leggo di un saluto affettuoso e solidale ai ragazzi della Brigata Sassari, schierati lungo la Blue Line – linea che separa il Libano da Israele – in un momento così delicato, e vado ai commenti per capire se si sa qualcosa di più, ma anziché trovare calore e solidarietà, leggo tante frasi come “Peggio per loro, hanno scelto quella vita”, “Lo fanno per soldi se poi non tornano a casa pazienza”, ma anche “e che fanno di straordinario? Bastava restare a casa”, e via discorrendo.
Potrei continuare ma non ha senso. E così ho capito perché mi sento frastornata. Perché da sempre non mi trovo a mio agio con la rabbia. Con chi urla – usando la voce o una tastiera – con chi insulta, con chi vede solo il marcio o il marcio cerca, con chi ha da ridire su tutto e tutti. Con chi si approccia agli altri cercando di prevaricare o sottomettere, trasformando il rapporto con le persone in una battaglia, e vivendo costantemente su un ring. Ma questa modalità è oramai la più usata.
Ho conosciuto di recente numerosi tentativi di manipolazione, fosse anche nelle piccole cose, e ho capito fino in fondo che discutere, cercare di far capire, far notare incongruenze o invitare alla calma, è tempo perso.
Sto pian piano facendo pulizia, ma puoi farlo nel tuo orticello, là dove puoi dire “vengo in pace” e far entrare solo chi viene in pace come te. Ma nella vita di ogni giorno tra la gente, là è impossibile evitare rabbia e livore. La incontri al supermercato, nel traffico, allo sportello di una banca o sul tuo stesso marciapiede.
E così ti pare di non avere una direzione, ma soltanto perché in qualunque direzione vorresti incontrare più sorrisi che ghigni. Più “non lo so” che custodi della verità.
Non fateci caso, a volte capita a tutti di avere una serata “strana”, poi arriva l’abbraccio di chi ti ama, una telefonata da chi ti è caro, i messaggi dei tuoi meravigliosi allievi che ritroverai al prossimo corso, rivedi la foto di un viso amico o un gatto per strada ti fa le fusa, e ricordi che c’è anche dell’altro. Molto altro. E che l’isolamento non è la soluzione, lo è però far pulizia laddove si può.
E voi, state organizzando le pulizie di primavera?